Estorsione e truffa “vessatoria”

Scritto da: Antonio Menna - Pubblicato su IUSTLAB




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La sentenza n. 43064/2023 della Seconda Sezione penale della Corte di Cassazione torna ad affrontare il delicato confine tra estorsione mediante minaccia e truffa aggravata (cd. truffa vessatoria), offrendo criteri distintivi di rilievo sistematico in tema di delitti contro il patrimonio.

Il criterio distintivo tra estorsione e truffa

Secondo la Suprema Corte, il discrimine tra le due fattispecie risiede nel diverso atteggiarsi del pericolo prospettato alla vittima.

Si configura il reato di truffa aggravata ai sensi dell’art. 640, comma 2, n. 2, cod. pen. quando il danno viene prospettato come possibile ed eventuale, senza che esso sia direttamente o indirettamente riconducibile all’agente. In tale ipotesi, la persona offesa non subisce una coartazione della volontà, ma agisce in stato di errore, indotto da artifici o raggiri.

Diversamente, ricorre il delitto di estorsione quando viene prospettata un’esposizione a un pericolo reale, il cui verificarsi è attribuibile, direttamente o indirettamente, all’agente, determinando nella vittima non uno stato di errore, bensì una scelta coatta tra subire il danno o soddisfare la pretesa illecita.

La nozione di minaccia e il suo effetto coercitivo

La Cassazione ribadisce un principio consolidato: integra il delitto di estorsione, e non di truffa, la prospettazione di un male, anche non reale o oggettivamente inesistente, purché idoneo a produrre un effetto coercitivo sulla volontà della vittima.

Ciò che rileva, infatti, non è la reale esistenza del male minacciato, ma la sua percezione come seria ed effettiva da parte del soggetto passivo, anche quando tale percezione non corrisponda alla realtà.

In tal senso si è già affermato che la minaccia può essere integrata anche dalla rappresentazione di un pericolo immaginario, qualora sia idonea a coartare la libertà di autodeterminazione della vittima.

Il caso concreto: il contesto lavorativo e la posizione di supremazia

Nel caso esaminato, la Corte ha valorizzato non solo l’attitudine minacciosa della condotta, ma anche il contesto relazionale e lavorativo in cui la stessa si è inserita.

In particolare, assume rilievo la posizione di supremazia degli imputati e i poteri loro delegati dal datore di lavoro nella gestione dei rapporti con i lavoratori stranieri, inclusa la possibilità di incidere sulle assunzioni e sui rinnovi dei contratti stagionali.

In tale contesto, la prospettazione del mancato rinnovo contrattuale è stata ritenuta idonea a integrare una minaccia penalmente rilevante, in quanto capace di determinare una condizione di sostanziale soggezione della persona offesa.

Il “male ingiusto” nel rapporto di lavoro

La Corte chiarisce altresì che, pur non esistendo un diritto soggettivo al rinnovo del contratto, il male prospettato può comunque assumere rilevanza penale quando, nel concreto contesto fattuale, esso si presenti come strumento di pressione ingiustificata e credibile, idoneo a determinare un pregiudizio apprezzabile per la vittima.

La minaccia di non proporre il rinnovo del rapporto lavorativo, infatti, può integrare il reato di estorsione quando si traduca in una leva coercitiva tale da condizionare le scelte della persona offesa.

Conclusioni

La sentenza n. 43064/2023 si inserisce nel solco della giurisprudenza di legittimità che distingue estorsione e truffa sulla base del diverso meccanismo psicologico di incidenza sulla vittima: coartazione della volontà nel primo caso, induzione in errore nel secondo.

Particolare rilievo assume la valorizzazione del contesto concreto e delle posizioni di forza, elementi che consentono di qualificare come estorsiva anche la prospettazione di un male formalmente lecito, ma sostanzialmente utilizzato come strumento di pressione indebita.



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Avvocato Antonio Menna a Salerno
Antonio Menna

Avvocato Penalista