Marito tenta di strangolare la moglie – tentato omicidio e maltrattamenti in famiglia

Scritto da: Antonio Menna - Pubblicato su IUSTLAB




Pubblicazione legale:

La Corte di cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio e maltrattamenti in famiglia nei confronti di un uomo che aveva aggredito la moglie stringendole le mani al collo fino a provocarle perdita di coscienza e grave compromissione delle funzioni vitali.

Con la sentenza n. 48845/2023 la Suprema Corte ha ribadito i criteri di valutazione dell’idoneità della condotta e della sussistenza dell’elemento soggettivo del tentato omicidio nelle ipotesi di strangolamento.


L’uomo aveva afferrato la moglie al collo, l’aveva spinta contro il muro e successivamente sollevata da terra, determinandone un episodio di soffocamento con offuscamento della vista e momentanea perdita di conoscenza.

L’aggressione era stata interrotta esclusivamente grazie all’intervento del figlio della coppia, che era riuscito a far desistere l’imputato.

La persona offesa riportava ecchimosi in regione latero-cervicale, compatibili con la pressione esercitata durante lo strangolamento.


La Corte di cassazione ha ritenuto corretta la qualificazione giuridica in termini di tentato omicidio, evidenziando che la condotta posta in essere dall’imputato era astrattamente e concretamente idonea a cagionare l’evento morte.

In particolare, la Suprema Corte ha valorizzato i seguenti profili:

  • il collo rappresenta una sede anatomica di organi vitali la cui compressione può determinare esiti letali anche in tempi brevissimi;
  • le modalità dell’azione (stretta al collo, sollevamento da terra, pressione prolungata) integrano una condotta altamente pericolosa e incompatibile con esiti non letali in assenza di intervento esterno;
  • la limitata entità delle lesioni non è circostanza idonea a escludere la capacità lesiva della condotta.

La Corte ha inoltre ribadito che l’interruzione dell’azione per effetto dell’intervento del figlio non esclude la configurabilità del tentativo, essendo la condotta già giunta a uno stadio di univoca direzione degli atti verso la consumazione del delitto.

Parimenti, le dichiarazioni della persona offesa e del figlio hanno consentito di ricostruire un quadro complessivo di violenze reiterate, idoneo a integrare anche il reato di maltrattamenti in famiglia.


Sotto il profilo soggettivo, la Suprema Corte ha ritenuto sussistente il dolo omicidiario, valorizzando le modalità particolarmente energiche della condotta e la consapevolezza dell’agente circa la forza esercitata sul collo della vittima.


La decisione si colloca nel solco di un orientamento consolidato secondo cui, nei delitti contro la vita, la valutazione dell’idoneità dell’azione va compiuta ex ante, avendo riguardo alle modalità concrete della condotta e non all’esito effettivamente verificatosi.

Ne deriva che anche in presenza di lesioni non gravi o di un intervento esterno impeditivo, può configurarsi il tentato omicidio quando la condotta risulti oggettivamente idonea e diretta a cagionare la morte della vittima



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Antonio Menna

Avvocato Penalista




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