Pubblicazione legale:
Negli ultimi mesi il tema del licenziamento individuale è tornato al centro del dibattito giuslavoristico, grazie a una serie di pronunce della Corte costituzionale che hanno inciso profondamente sulla disciplina introdotta dal Jobs Act (D.Lgs. n. 23/2015).
Il risultato? Un sistema che torna ad aprirsi alla discrezionalità del giudice e a una maggiore attenzione alla concreta gravità del comportamento datoriale, con conseguenze pratiche importanti sia per i lavoratori sia per le imprese.
Prima del Jobs Act, i lavoratori assunti a tempo indeterminato godevano della tutela reintegratoria dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Il decreto legislativo n. 23/2015 ha poi introdotto per i nuovi assunti il sistema delle tutele crescenti, sostituendo la reintegra con un indennizzo economico predeterminato, calcolato in base all’anzianità di servizio (da 2 a 24 mensilità).
Una scelta che mirava a garantire certezza dei costi per le imprese, ma che ha presto sollevato critiche per la rigidità del meccanismo e l’assenza di valutazione concreta dei casi.
Già con la sentenza n. 194/2018, la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo l’automatismo dell’indennizzo, aprendo alla valutazione del giudice.
Il percorso si è poi consolidato con la sentenza n. 59/2021, che ha ribadito la necessità di considerare elementi come la gravità del comportamento, le dimensioni dell’impresa e le condizioni del lavoratore.
Nel 2025, nuove pronunce hanno ulteriormente chiarito che:
la proporzionalità tra la condotta datoriale e la sanzione applicata è principio costituzionale;
il giudice può graduare l’indennità entro limiti più ampi, anche superando i tetti del D.Lgs. 23/2015 in presenza di gravi violazioni di correttezza o buona fede;
nei casi di manifesta insussistenza del fatto o di violazione procedurale grave, è reintegrabile il lavoratore, anche se assunto dopo il Jobs Act.
Si tratta di un ritorno a un modello più flessibile e giusto, che mira a riequilibrare la posizione tra datore e dipendente.
Per i datori di lavoro, le novità non devono essere lette come un “ritorno all’art. 18”, ma come un invito alla prudenza e alla documentazione puntuale.
Prima di procedere al licenziamento, diventa fondamentale:
predisporre istruttorie interne accurate;
motivare in modo chiaro e circostanziato il provvedimento;
rispettare la procedura di contestazione disciplinare e il principio di proporzionalità.
In assenza di questi elementi, il rischio non è più solo economico: cresce la possibilità che il giudice dichiari la reintegra o riconosca indennità più elevate.
Per i lavoratori, le sentenze del 2025 rappresentano una maggiore tutela di sostanza, che valorizza la singolarità dei casi.
Non esiste più un “automatismo” cieco: la storia del rapporto, il comportamento reciproco e le reali ragioni del recesso tornano al centro della valutazione giudiziale.
Il lavoratore può così confidare in una maggiore equità del sistema, pur rimanendo fondamentale agire tempestivamente e con l’assistenza di un legale specializzato.
Le decisioni del 2025 inaugurano una fase in cui il diritto del lavoro riscopre la sua funzione equilibratrice: non più rigide formule, ma analisi del caso concreto, in cui il giudice torna a essere garante della proporzionalità e della buona fede.
Per le imprese, ciò significa ripensare la gestione del personale in chiave più trasparente e strategica; per i lavoratori, si traduce nella possibilità di vedere finalmente riconosciuta la dignità del proprio percorso professionale.
In un mercato del lavoro in continua evoluzione, queste pronunce non segnano un ritorno al passato, ma la nascita di un nuovo equilibrio tra flessibilità e tutela, più aderente alla realtà delle relazioni di lavoro contemporanee.
Avv. Antonella Marmo – Avvocato del lavoro a Milano